Lettera di un capo tribù al presidente degli Stati Uniti


Un sorriso amaro mi esce, ora che sono adulto, nel pensare a quanti film ho visto in cui i cattivi erano gli indiani. Quanto ho giocato con i piccoli cowboy di plasticaccia marrone che facevo sempre vincere nella loro lotta contro i “selvaggi assassini”. La verità era ben altra, e quando l’ho appresa in adolescenza, mi ha colpito profondamente dandomi la sensazione di vivere in un vero e proprio palcoscenico in cui anche i miei pensieri recitavano la loro parte. (…a quanti inganni, a quante menzogne siamo stati sottoposti …. ma … e adesso…? crediamo davvero che i nostri pensieri siano più liberi di un tempo?…).  

Gli indiani d’America, vivevano riuniti in tribù lungo i fiumi e i laghi: erano spesso nomadi e dediti alla caccia e alla pesca. A differenza nostra avevano saputo accontentarsi del necessario, di quello che gli bastava. Ebbero i primi contatti con gli Europei dopo che iniziarono le migrazioni di inglesi nel continente americano. A poco a poco il numero dei bianchi aumentò sempre più costringendoli a ritirarsi in zone sempre più ristrette, per i massacri che subivano ad opera degli invasori, fino ad essere confinati nelle riserve. Ma questo non impedì all’uomo bianco di continuare a sterminarli fino alla quasi estinzione. Difatti, ad oggi i nativi d’ America sono circa 400 mila. Il documento, qui integralmente riprodotto, è una lettera scritta dal capo tribù Capriolo Zoppo nel 1854 indirizzata al presidente degli stati uniti Franklin Pirce. Essa è la risposta (tra l’altro di un’ attualità disarmante) alla precedente richiesta da parte degli invasori, di acquistare le loro terre. E’ senz’altro una delle più elevate espressioni di sintonia dell’Uomo con la Natura ed esprime la ricchezza immortale, universale, antica, della saggezza dei semplici “popoli nativi”, dei veri “indigeni” di ogni luogo della terra. Questo post non posso non dedicarlo ai miei figli e a tutte le persone che, come me, amano davvero la Natura.

Buona lettura !  … è lungo ma ne vale davvero la pena, ve lo consiglio !

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Il grande Capo che sta a Washington ci manda a dire che vuole comprare la nostra terra. Il grande Capo ci manda anche espressioni di amicizia e di buona volontà. Ciò è gentile da parte sua, poiché sappiamo che egli ha bisogno della nostra amicizia in contraccambio. Ma noi consideriamo questa offerta, perché sappiamo che se non venderemo, l’uomo bianco potrebbe venire con i fucili a prendere la nostra terra. Quello che dice il Capo Seattle, il grande Capo di Washington può considerarlo sicuro, come i nostri fratelli bianchi possono considerare sicuro il ritorno delle stagioni. Le mie parole sono come le stelle e non tramontano. Ma come potete comprare o vendere il cielo, il colore della terra? Questa idea è strana per noi. Noi non siamo proprietari della freschezza dell’aria o dello scintillio dell’acqua: come potete comprarli da noi? Ogni parte di questa terra è sacra al mio popolo. Ogni ago scintillante di pino, ogni spiaggia sabbiosa, ogni goccia di rugiada nei boschi oscuri, ogni insetto ronzante è sacro nella memoria e nella esperienza del mio popolo. La linfa che circola negli alberi porta le memorie dell’uomo rosso. I morti dell’uomo bianco dimenticano il paese della loro nascita quando vanno a camminare tra le stelle. Noi siamo parte della terra ed essa è parte di noi. I fiori profumati sono nostri fratelli. Il cervo, il cavallo e l’aquila sono nostri fratelli. Le creste rocciose, le essenze dei prati, il calore del corpo dei cavalli e l’uomo, tutti appartengono alla stessa famiglia. Perciò. Quando il grande Capo che sta a Washington ci manda a dire che vuole comprare la nostra terra, ci chiede molto. Egli ci manda a dire che ci riserverà un posto dove potremo vivere comodamente per conto nostro. Egli sarà nostro padre e noi saremo i suoi figli. Quindi noi considereremo la Vostra offerta di acquisto. Ma non sarà facile perché questa terra per noi è sacra. L’acqua scintillante che scorre nei torrenti e nei fiumi non è soltanto acqua ma è il sangue dei nostri antenati. Se noi vi vendiamo la terra, voi dovete ricordare che essa è sacra e dovete insegnare ai vostri figli che essa è sacra e che ogni tremolante riflesso nell’acqua limpida del lago parla di eventi e di ricordi, nella vita del mio popolo. Il mormorio dell’acqua è la voce del padre, di mio padre. I fiumi sono i nostri fratelli ed essi saziano la nostra sete. I fiumi portano le nostre canoe e nutrono i nostri figli. Se vi vendiamo la terra, voi dovete ricordare e insegnare ai vostri figli che i fiumi sono i nostri fratelli ed anche i vostri e dovete perciò usare con i fiumi la gentilezza che userete con un fratello. L’uomo rosso si è sempre ritirato davanti all’avanzata dell’uomo bianco, come la rugiada sulle montagne si ritira davanti al sole del mattino. Ma le ceneri dei nostri padri sono sacre. Le loro tombe sono terreno sacro e così queste colline e questi alberi. Questa porzione di terra è consacrata, per noi. Noi sappiamo che l’uomo bianco non capisce i nostri pensieri. Una porzione della terra è la stessa per lui come un’altra, perché egli è uno straniero che viene nella notte e prende dalla terra qualunque cosa gli serve. La terra non è suo fratello, ma suo nemico e quando la ha conquistata, egli si sposta, lascia le tombe dei suoi padri dietro di lui e non se ne cura. Le tombe dei suoi padri e i diritti dei suoi figli vengono dimenticati. Egli tratta sua madre, la terra e suo fratello, il cielo, come cose che possono essere comprate, sfruttate e vendute, come fossero pecore o perline colorate. Il suo appetito divorerà la terra e lascerà dietro solo un deserto. Non so, i nostri pensieri sono differenti dai vostri pensieri. La vista delle vostre città ferisce gli occhi dell’uomo rosso. Ma forse ciò avviene perché l’uomo rosso è un selvaggio e non capisce. Non c’è alcun posto quieto nelle città dell’uomo bianco. Alcun posto in cui sentire lo stormire di foglie in primavera o il ronzio delle ali degli insetti. Ma forse io sono un selvaggio e non capisco. Il rumore della città ci sembra soltanto che ferisca gli orecchi. E che cosa è mai la vita, se un uomo non può ascoltare il grido solitario del succiacapre o discorsi delle rane attorno ad uno stagno di notte? Ma io sono un uomo rosso e non capisco. L’indiano preferisce il dolce rumore del vento che soffia sulla superficie del lago o l’odore del vento stesso, pulito dalla pioggia o profumato dagli aghi di pino. L’aria è preziosa per l’uomo rosso poiché tutte le cose partecipano dello stesso respiro. L’uomo bianco sembra non accorgersi dell’aria che respira e come un uomo da molti giorni in agonia, egli è insensibile alla puzza. Ma se noi vi vendiamo la nostra terra, voi dovete ricordare che l’aria è preziosa per noi e che l’aria ha lo stesso spirito della vita che essa sostiene. Il vento, che ha dato ai nostri padri il primo respiro, riceve anche il loro ultimo respiro. E il vento deve dare anche ai vostri figli lo spirito della vita. E se vi vendiamo la nostra terra, voi dovete tenerla da parte e come sacra, come un posto dove anche l’uomo bianco possa andare a gustare il vento addolcito dai fiori dei prati. Perciò noi consideriamo l’offerta di comprare la nostra terra, ma se decideremo di accettarla, io porrò una condizione. L’uomo bianco deve trattare gli animali di questa terra come fratelli. Io sono un selvaggio e non capisco altri pensieri. Ho visto migliaia di bisonti che marcivano sulla prateria, lasciati lì dall’uomo bianco che gli aveva sparato dal treno che passava. Io sono un selvaggio e non posso capire come un cavallo di ferro sbuffante possa essere più importante del bisonte, che noi uccidiamo solo per sopravvivere. Che cosa è l’uomo senza gli animali? Se non ce ne fossero più gli indiani morirebbero di solitudine. Perché qualunque cosa capiti agli animali presto capiterà all’uomo. Tutte le cose sono collegate. Voi dovete insegnare ai vostri figli che il terreno sotto i loro piedi è la cenere dei nostri antenati. Affinché rispettino la terra, dite ai vostri figli che la terra è ricca delle vite del nostro popolo. Insegnate ai vostri figli quello che noi abbiamo insegnato ai nostri, che la terra è nostra madre. Qualunque cosa capita alla terra, capita anche ai figli della terra. Se gli uomini sputano sulla terra, sputano su se stessi. Questo noi sappiamo: la terra non appartiene all’uomo, è l’uomo che appartiene alla terra. Questo noi sappiamo. Tutte le cose sono collegate, come il sangue che unisce una famiglia. Qualunque cosa capita alla terra, capita anche ai figli della terra. Non è stato l’uomo a tessere la tela della vita, egli ne è soltanto un filo. Qualunque cosa egli faccia alla tela, lo fa a se stesso. Ma noi consideriamo la vostra offerta di andare nella riserva che avete stabilita per il mio popolo. Noi vivremo per conto nostro e in pace. Importa dove spenderemo il resto dei nostri giorni. I nostri figli hanno visto i loro padri umiliati nella sconfitta. I nostri guerrieri hanno provato la vergogna. E dopo la sconfitta, essi passano i giorni nell’ozio e contaminano i loro corpi con cibi dolci e bevande forti. Poco importa dove noi passeremo il resto dei nostri giorni: essi non saranno molti. Ancora poche ore, ancora pochi inverni, e nessuno dei figli delle grandi tribù, che una volta vivevano sulla terra e che percorrevano in piccole bande i boschi, rimarrà per piangere le tombe di un popolo, una volta potente e pieno di speranze come il vostro. Ma perché dovrei piangere la scomparsa del mio popolo? Le tribù sono fatte di uomini, niente di più. Gli uomini vanno e vengono come le onde del mare. Anche l’uomo bianco, il cui Dio cammina e parla con lui da amico a amico, non può sfuggire al destino comune. Può darsi che siamo fratelli, dopo tutto. Vedremo. Noi sappiamo una cosa che l’uomo bianco forse un giorno scoprirà: il nostro Dio è lo stesso Dio. Può darsi che voi ora pensiate di possederlo, come desiderate possedere la nostra terra. Ma voi non potete possederlo. Egli è il Dio dell’uomo e la sua compassione è uguale per l’uomo rosso come per l’uomo bianco. Questa terra è preziosa anche per lui. E far male alla terra è disprezzare il suo creatore. Anche gli uomini bianchi passeranno, forse prima di altre tribù. Continuate a contaminare il vostro letto e una notte soffocherete nei vostri stessi rifiuti. Ma nel vostro sparire brillerete vividamente, bruciati dalla forza del Dio che vi portò su questa terra e per qualche scopo speciale vi diede il dominio su questa terra dell’uomo rosso. Questo destino è un mistero per noi, poiché non capiamo perché i bisonti saranno massacrati, i cavalli selvatici tutti domati, gli angoli segreti della foresta pieni dell’odore di molti uomini, la vista delle colline rovinate dai fili del telegrafo. Dov’è la boscaglia? Sparita. Dov’è l’aquila? Sparita. E che cos’è dire addio al cavallo e alla caccia? La fine della vita e l’inizio della sopravvivenza. Noi potremmo capire se conoscessimo che cos’è che l’uomo bianco sogna, quali speranze egli descriva ai suoi figli nelle lunghe notti invernali, quali visioni egli accenda nelle loro menti, affinché essi desiderino il futuro. Ma noi siamo dei selvaggi. I sogni dell’uomo bianco ci sono nascosti. E poiché ci sono nascosti noi seguiremo i nostri pensieri. Perciò noi considereremo l’offerta di acquistare la nostra terra. Se accetteremo sarà per assicurarci la riserva che avete promesso. Lì forse potremo vivere gli ultimi nostri giorni come desideriamo. Quando l’ultimo uomo rosso sarà scomparso dalla terra ed il suo ricordo sarà l’ombra di una nuvola che si muove sulla prateria, queste spiagge e queste foreste conserveranno ancora gli spiriti del mio popolo. Poiché essi amano questa terra come il neonato ama il battito del cuore di sua madre. Così, se noi vi vendiamo la nostra terra, amatela come l’abbiamo amata noi. Conservate in voi la memoria della terra com’essa era quando l’avete presa e con tutta la vostra forza, con tutta la vostra capacità e con tutto il vostro cuore conservatela per i vostri figli ed amatela come Dio ci ama tutti. Noi sappiamo una cosa, che il nostro Dio è lo stesso Dio. Questa terra è preziosa per Lui. Anche l’uomo bianco non fuggirà al destino comune. Può darsi che siamo fratelli, dopo tutto. Vedremo!
Capriolo Zoppo, 1854
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9 Risposte to “Lettera di un capo tribù al presidente degli Stati Uniti”

  1. Gli Indiani d’America e il loro insegnamento. « Natural (R)Evolution Says:

    […] sempre con maggior rispetto ai nativi americani. La loro fede, la loro filosofia era completamente dedita al rispetto e al mantenimento delle risorse per le generazioni future, e […]

  2. Ma quale crisi? Il bello deve ancora arrivare! « Natural (R)Evolution Says:

    […] nuove tecnologie e antiche saggezze potrebbero fondersi per creare qualcosa di diverso dall’attuale sistema economico basato […]

  3. maurizio di benedetto Says:

    Lo avevo già letto, era sulla parete di un centro diagnostico, e mi aveva particolarmente colpito.
    Credo che ogni commento sia superfluo, è necessario leggerlo e, possibilmente, diffonderlo; chissammai che non risvegli qualche coscienza.
    Mi piacerebbe postarlo nel sito letterario che frequento, ma credo che, per farlo, dovrei essere autorizzato da qualcuno

    • EnricoM Says:

      Certe cose non possono e non devono essere assoggettate alla logica del copyright. Sono perle preziose, testimonianze della purezza che può raggiungere la Coscienza umana, e come tali andrebbero a mio avviso diffuse e condivise, senza scopo di lucro (e questo è ovvio per chi comprende a fondo questo testo 😉
      Copia e incolla insomma, e non farti pensieri, anzi … grazie!

  4. Cosa vogliono quelli che manifestano e protestano? « Natural (R)Evolution Says:

    […] prima storia è QUESTA La seconda comincia qui […]

  5. L’ Agricoltura Sinergica e la sua storia « Orto Cittadino Sinergico Says:

    […] avevano raggiunto una perfetta armonia con la Natura che li circondava. Basti ricordare la lettera che “Capriolo Zoppo” spedì  ad uno dei primi “presidenti” del “nuovo mondo” per capire quanto […]

  6. Ruth Cayul Melillàn Says:

    Avevo già letto questa lettera anni fa e mi aveva colpito. Adesso che devo parlare di “cristianesimo e religioni dei popoli sensa scritura” ad un gruppo di turisti italiani in Santiago del Cile, mi è servito tantissimo per riflettere.
    Sono una donna Mapuche della Regiòn de la Araucania, (Cile) ed è ho sempre sofferto il dolore della consapevolezza che un giorno anche noi spariremo come cultura che ama la terra. Spero, insieme al’uomo bianco di buona volontà, fare in modo che pensieri come il di Capriolo Zoppo siano difussi. Grazie.

    • HenryLong Says:

      Raccogli tutto il sapere del tuo popolo, mettili online e non moriranno mai! Questo sentire comunque sopravviverà a tutto perchè al di la di riti o tradizioni questo sentire parte dal profondo del cuore, dalla Consapevolezza che si spalanca quando riusciamo a sentir parlare la Madre Terra. Lei parla a tutti ma pochi la sanno ascoltare, soprattutto nella società industriale. Non disperare quindi perche la vostra Cultura sopravviverà, come quella dei Nativi Americani.
      Scrivi un testo sul tuo popolo, lo posterei molto volentieri!

  7. Alessandra lucini Says:

    Ruth Cayul Melillàn ..in bocca al lupo

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